Arab Geopolitics 2021. How and with whom

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La conferenza di alto livello, organizzata dalla NATO Defense College Foundation, si è svolta lo scorso 21 ottobre a Roma.

In collaborazione con la NATO Political Affairs and Security Policy Division, la Fondazione Compagnia di San Paolo, il Policy Center for the New South, e il NATO Defense College, l’iniziativa ha rappresentato il nostro settimo evento dedicato alla regione MENA. L’evento si è tenuto nel pieno rispetto delle attuali norme anti COVID-19.

2 sessioni, un’intervista speciale, sul tema della transizione energetica, 17 specialisti, tra giornalisti, analisti e personale diplomatico, tutti altamente qualificati provenienti dalla regione o legati a essa, sono intervenuti per discutere i temi più importanti riguardanti una regione di cruciale importanza per la sicurezza euro-atlantica. Il tutto con la partecipazione di più di 100 persone in sala e circa 100 collegate in virtuale su Zoom che hanno contribuito attivamente al dibattito in sala.

Tra i temi trattati durante l’evento: le sfide rappresentate dalle crisi in corso in Libia, Siria e Mali; la grande opportunità presentata dagli accordi di normalizzazione tra Israele e diversi paesi arabi; la rivitalizzazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo; il ruolo del crimine organizzato e dei gruppi terroristici e l’incremento dei traffici illeciti. Infine, la transizione energetica, che è un elemento cardine in termini di equilibrio e sviluppo regionale. Seguono alcune brevi dichiarazioni rilasciate dai nostri relatori.

Alessandro Minuto-Rizzo, President, NATO Defense College Foundation, Rome

“Come abbiamo detto anche in altre occasioni, vorrei finalmente vedere la regione capace di utilizzare positivamente le opportunità derivanti dal suo potenziale. […] Crediamo fortemente che sia necessario guardare alla regione con un nuovo sguardo. Se si analizza l’area con attenzione è possibile osservare un mix di vecchi fattori e nuove dinamiche. Ci piace pensare che esse vadano nella direzione della stabilità e di una maggiore cooperazione regionale. Sappiamo per esperienza che la cooperazione regionale è uno dei problemi tradizionali, ma i recenti cambiamenti, un nuovo governo in Israele, il riconsolidamento del Consiglio di cooperazione del Golfo, i cosiddetti accordi di Abramo, fanno ben sperare. La frammentazione rimane un fattore cruciale, ma allo stesso tempo, vediamo una convergenza su un atteggiamento più cooperativo”.

Nicolò Russo Perez, Head, International Affairs, Compagnia di San Paolo, Turin

“Voglio sottolineare l’importanza della cooperazione tra la Compagnia di San Paolo e la NATO Defense College Foundation perché può offrire ricadute positive sotto tanti punti di vista. Se pensiamo all’agenda NATO 2030, il processo di trasformazione e adeguamento alle nuove sfide che coinvolge la NATO in modo significativo, essa rappresenta un’enorme opportunità non solo per i think tank come la Fondazione, ma anche per la comunità scientifica nel suo complesso. Attraverso questo tipo di cooperazione possiamo contribuire positivamente a plasmare il futuro della NATO”.

Ahmad Masa’deh, Former Secretary General, Union for the Mediterranean, Amman

“Credo fermamente che per superare le nostre fragilità regionali, soprattutto quelle di lungo corso, dobbiamo sempre guardare a tre aspetti fondamentali. Questi capisaldi sono rappresentati dalla ricerca e difesa incessante della democrazia come fine ultimo, dalla difesa continua dei diritti umani come valore centrale delle nostre società in Medio Oriente e, infine, dobbiamo sempre lavorare per il bene delle future generazioni, attraverso la creazione di posti di lavoro, la ricerca e l’innovazione. […] Se i giovani non vedranno un impegno serio con riforme veramente democratiche ed una coerente attenzione delle istituzioni ai bisogni della popolazione, continueremo ad assistere a proteste e rivolte anche negli anni a venire.”

Oded Eran, Senior Research Fellow, Institute for National Security Studies; former Ambassador to the EU and NATO, Tel Aviv

“Condivido le stesse opinioni pessimistiche espresse dal comandante del NATO Defense College. Nel suo ultimo rapporto la Banca Mondiale ha presentato con chiarezza le future prospettive socioeconomiche della regione MENA. Lasciatemi dire che sembrano essere decisamente cupe. Secondo la Banca Mondiale la regione avrà una lentissima ripresa dagli effetti della pandemia. Forse alcuni paesi cresceranno ad un tasso del 2% all’anno, ma se guardiamo attentamente ai paesi dell’area, specialmente quelli vicini a Israele e Giordania, difficilmente vedremo una crescita tale dei loro PIL. Il rapporto traccia anche un quadro preoccupante del tasso di disoccupazione in tutta la regione, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Infatti, in certi paesi, la disoccupazione giovanile si attesta al 25%, mentre in altri raggiunge il 40%. Queste statistiche valgono anche per Israele. La povertà rimane un fattore nella regione. Tutto questo rappresenta una bomba a orologeria che rischia di far saltare tutto in aria”.

Marco Piredda, Head, Political Scenarios and Institutional Support for Business Development, Eni, Rome

“Credo che le fonti energetiche tradizionali e rinnovabili non siano due opzioni che si escludono a vicenda. Da un lato, se vogliamo ridurre le nostre emissioni di CO2, un processo che è già iniziato, dobbiamo aumentare l’uso e l’efficienza delle rinnovabili. Dall’altro, siamo pienamente consapevoli che le fonti energetiche convenzionali sono cruciali per lo sviluppo. Tuttavia, le rinnovabili non sono l’unica risposta alla transizione energetica. Inoltre, la completa neutralità delle emissioni di carbonio, che è un concetto chiave di questo dibattito, non significa che entro il 2050 avremo zero emissioni. Rimarranno bassi livelli di emissioni. Attualmente, è impossibile portare questo dato a zero. La cosiddetta “carbon neutrality” significa che vogliamo implementare attività che rimuovano dall’atmosfera l’anidride carbonica che è stata emessa in passato”.

Jamal Fakhro, Managing Partner, KPMG, Manama

“Penso che sia certamente presente nel mondo arabo un dilemma energetico, semplicemente perché la regione è uno dei più importanti produttori di petrolio. Potrebbe non essere un dilemma per gli utenti finali o i consumatori, ma è un problema per i produttori perché vivono di questo. La riduzione della produzione di petrolio che i paesi arabi vendono oggi al mercato internazionale avrà un impatto negativo sulle entrate di quei governi. La maggior parte dei loro fondi e finanziamenti viene dalla vendita di petrolio e gas. In paesi come l’Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iraq e la Libia, conta per il 75-85% del bilancio del governo. Quindi, un’eventuale riduzione avrebbe certamente un impatto negativo sui paesi produttori di petrolio, ma potrebbe avere un effetto positivo su quelli non produttori se andranno davvero a rispettare l’agenda del mondo. Non possiamo avere un’unica risposta. Dovremo analizzare la situazione caso per caso”.

Ernesto Savona, Director, Transcrime, Università Cattolica, Milan

“Parlando di crimine organizzato nell’area ci sono due concetti chiave: dislocamento e convergenza. Il primo serve a spiegare quando il crimine passa da un business all’altro, forse a causa di un intervento delle forze di polizia o del legislatore. Il secondo indica il processo di convergenza tra due diverse tipologie di crimine, e questa operazione di solito mostra che il territorio non è più sotto il controllo delle istituzioni ed è caduto nelle mani di gruppi di criminali o organizzazioni terroristiche. […] La regione del Sahel è un perfetto esempio della relazione tra la fragilità delle istituzioni statali e lo sviluppo dei traffici illeciti”.

Claudia Gazzini, Senior Libya Analyst, International Crisis Group, Tripoli

“La battaglia per la Libia non è mai finita. Anche se non c’è più una guerra vera e propria, ma la lotta per l’influenza sulla Libia è in pieno svolgimento. Ancora oggi vediamo che quelle potenze regionali e gli attori stranieri, che avevano partecipato attivamente alla guerra per il controllo di Tripoli nel 2019 e all’inizio del 2020, stanno ancora cercando indirettamente di influenzare il corso degli eventi. Questi attori stanno cercando di influenzare il percorso politico della Libia e di perseguire una strategia di sicurezza unilaterale nel paese. Durante la guerra, c’era una situazione dicotomica. Abbiamo visto la parte pro-Haftar, rappresentata principalmente delle capitali arabe, contro la coalizione pro-Tripoli, con la Turchia al suo timone. […] Ora, si assiste meno a un tiro alla fune e più ad un nodo gordiano dove le varie potenze tirano in diverse direzioni”.

Giovanni Romani, Head, Middle East and North Africa Section, Political Affairs and Security Policy Division, NATO HQ, Brussels

“Il ruolo della NATO nella regione e, più in generale, sul fianco Sud è critico. C’è una crescente serie di minacce alla sicurezza e di sfide, tra cui le aggressive campagne di disinformazione, una propagazione di conflitti da Stati fragili falliti, l’instabilità nel Sahel e in Iraq, la moltiplicazione delle cellule terroristiche transnazionali appartenenti a Daesh o Al-Qaeda e il traffico illegale di armi leggere e di piccolo calibro – solo per citarne alcune. Queste sfide non rappresentano una minaccia solo i paesi della regione, ma anche per gli alleati della NATO”.

Press Office NATO Defense College Foundation

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